La mia ipocondria

Vi consiglio caldamente di leggere questo post con “Hollywood” in sottofondo. Oppure potete fare il cazzo che volete.

 

Negli ultimi tempi ho sofferto un po’ (giusto un po’, con il panico che mi accompagna EVERYDAY OF MY LIFE) di ipocondria. Cioè, io spero che sia solo ipocondria. Ho avuto per diverse settimane dolori al petto, costantemente. Ho pensato che sarebbe stata una buona idea andare dalla dottoressa di famiglia a farmi controllare, onde evitare di morire di infarto nel giro di due giorni. Non ero mai andato dalla dottoressa, dato che evidentemente, dopo aver lasciato la mia adorata pediatra, non ne ho mai avuto bisogno, e non avevo idea di chi avrei avuto davanti fino al momento in cui l’ho vista: una crucca bionda e magra, con piccoli occhiali a farfalla, leggermente schizzata nei modi di fare.

Entro nello studio. Dopo due domande a cui ho risposto in maniera particolarmente vergognosa (“Bene Gianluca, tu fai sport?” “NO” “E fumi?” “SÌ”) mi fa togliere la maglietta, dopodiché mi invita a sedermi sul lettino. Mi metto comodo.

Prima mi visita con lo stetoscopio, poi usa un altro aggeggio che mi posa sulla schiena. Mi dice che devo respirare forte. Attendo con ansia il responso.

Ho un cancro ai polmoni?

Infarto tra tre, due, uno…?

Aspetto.

Dopo circa trenta secondi durante i quali riflette su cosa mi deve dire decide finalmente di pronunciarsi. Io sto ufficialmente svenendo dall’agitazione.

Lei mi fa, con una vocina acuta e curiosamente felice: “Tu hai un’acne cistica sulla schiena che devi assolutamente curare, eh! Te lo dico da laureata in medicina cosmetica, perché è veramente preoccupante!”

Sono sconvolto.

Me la sono dovuta beccare proprio io la dottoressa di famiglia laureata in medicina cosmetica che si bagna non appena le capita lo sfigato di turno con l’acne?

E i miei dolori? Niente di grave, dice. È solo che evidentemente sono un minchione che non ha voglia di fare una ceppa e fuma centoventi sigarette al giorno, ecco perché ho male al petto!

Mi prescrive una mousse terribilmente acida (a base di urea, c’è scritto sulla confezione) da spalmarmi al mattino e alla sera sulla schiena. Urofilia medica.

Sono tornato qualche giorno fa per ricontrollare la situa e ho scoperto che devo seguire più trattamenti io di Madonna che deve mantenersi perfetta a 190 anni.

Le ricette che sono saltate fuori dalla mia ultima visita:

  1. Quattro confezioni di antibiotico, così a sbuffo.

  2. Un nuovo trattamento con un latte idratante da applicare un’altra volta dietro la schiena.

  3. Una specie di gel senza sapone da applicare sul viso, al fine di mantenerlo nello stato “meno peggio”.

  4. Prescrizione di un consulto da un dermatologo che mi dovrebbe a sua volta prescrivere una cura di un anno a base di retinoidi (non chiedetemi cosa maledizione siano i retinoidi).

Anyway, tutto ciò mi mette una certa ansia, se devo essere sincero. Diventerò una cavia da laboratorio come Cher, ne sono sicuro.

 

 Cher-1485213

I miei (pateticissimi) ultimi mesi – Non Censuré

Partiamo da dove abbiamo finito il nostro (anzi, il MIO fottutissimo) viaggio: ero andato all’Ikea a scegliere, dopo qualcosa come quindici anni, una nuova sedia per la mia camera. Ne avevo scelta una fighissima. Nello stesso periodo mi ero intrippato con i Clash (chiamiamo Papa Francesco e chiediamogli di beatificare Joe Strummer, per favore). Sempre nello stesso periodo successe una cosa drammatica che sconvolse la mia vita: mi si ruppe il mio scassatissimo ma fido computer.

Non credo di averlo scritto nel mio ultimo post, ma ci rimasi veramente stronzo.

Nonostante ciò provai a pensarci il meno possibile e mi dissi: “vbb, me ne farò una ragione”. Bear poco dopo mi prestò il suo, immaginai che avrei potuto continuare a fare la cosa più importante per me in quel momento, scrivere, scrivere per scrivere, o scrivere per questo blog. Ebbene, il computer di Bear non aveva la scheda di rete installata. Questo, per farvela breve, per me che non posseggo una connessione wifi in casa, significava solo una cosa: niente internet.

Benissimo, cazzo!

Decido di tentare il tutto per tutto e provai a usare il mio primo computer, risalente al 2001, messo malissimo (in realtà non so neanche perché). Servendomi di quel macchinario riuscìì con una certa difficoltà a pubblicare l’ultimo post, prima di questo che state leggendo, ovviamente. “Riuscìì con una certa difficoltà” perché il processo di copia/incolla da Word fino al momento in cui sono effettivamente riuscito a vedere il post nella pagina durò qualcosa come un’ora. Inoltre, giusto la settimana successiva, Bear partì per l’Australia.

Ci rimasi nuovamente stronzo.

Arrivai alla conclusione di abbandonare temporaneamente Trunphio Knew. Non azzardo motivi particolarmente elaborati che portarono a questa decisione. È solo che mi ero rotto i coglioni.

In questi due mesi e mezzo mi sono prettamente intristito, nonostante abbia trovato delle specie di svaghi per fuggire alla routine. Fra gennaio e febbraio, quando avevo un po’ di soldi e appena mia madre usciva di casa per andare a lavorare rollavo un personal, lo fumavo, dopodichè mi mettevo a leggere un libro. Avevo perso il piacere nella lettura per diversi anni, da quando avevo cominciato ad andare al liceo classico, precisamente. In effetti devo rendere grazie a Mariah (sì, come Mariah Carey) per avermi fatto prendere bene con qualche libro.

Quando ho scoperto che una rete wifi libera prendeva con segnale “molto basso” se posizionavo il computer di Bear in un determinato punto della scrivania a determinate ore del giorno mi sono dato a Spotify nella maniera più sfrenata. Personal, lettura e una playlist accuratamente scelta. Quella più gettonata in quel mesetto è stata la colonna sonora di “24 Hour Party People”. Quanto avrei voluto vivere a Manchester negli anni ottanta. A volte prendevo in mano i libri di scuola e mi mettevo a studiare, e mi piaceva! Era tutto stranamente soddisfacente. O, meglio, almeno mi impediva di pensare ad altro.

Uscivo poco, ma in realtà mi divertivo molto di più a casa a fare quelle cose che, me ne rendo conto adesso, amavo così tanto quando ero piccolo: leggere, ascoltare musica, studiare, essere in un certo senso attento a quello che facevo. Mi piaceva di nuovo stare da solo, non dare tutta l’importanza che gli altri danno alla vita sociale, guardavo Facebook e disprezzavo immensamente tutti, mi sentivo in cima al mondo quando potevo fare questo.

A febbraio mio fratello mi comunicò che, per quel mese, dato che lui era libero dal suo lavoro, avrei dovuto rinunciare a ciò che mi permetteva di guadagnare una sessantina di euro al mese (che io prontamente sputtanavo): pulire le scale del condominio.

Quando di fatto finii i soldi, complice anche l’acquisto del biglietto per l’artRave di Gaga, a Milano il 4 novembre (tra l’altro non sto nelle mutande per l’eccitazione riguardo a questa cosa), iniziai a essere fottutamente triste.

Se devo essere sincero non ricordo neanche esattamente cosa ho fatto di interessante nell’ultimo mese. Sono un po’ tornato a essere il disastro di sempre, sto diminuendo sensibilmente le ore passate a leggere, faccio pochi compiti e mi sono effettivamente accorto di essere una merda nelle relazioni (non sono proprio capace), anzi, sono sentitamente grato a coloro che negli ultimi tempi sono riusciti, in un certo senso, a sopportare tutti i miei “che palle”, “sono stanco”, “sono in coma”, “sono triste”, “non so se arrivo alla fine della giornata”.

A ogni modo adesso ho finalmente un nuovo computer, che mio padre ha deciso di comprare dopo aver passato a sua volta un’ora a provare a collegarsi alla sua mail da quello vecchio. Abbiamo cambiato piano tariffario con Telecom, che ci ha lasciato per poco meno di due settimane senza linea telefonica (“In genere si rimane SOLO senza ADSL per MENO DI UNA SETTIMANA”, dissero i tizi che lavoravano nel negozio dove abbiamo firmato il contratto), adesso che però sembra tutto più o meno a posto ho deciso di riprendere in mano Trunphio Knew.

Ho bisogno di fare qualcosa della mia vita. E sto scrivendo tanto, e spero di arrivare a un’idea che vada anche oltre il blog.

Forse sono solamente troppo pieno di aspettative.

Dovrei ridimensionare le mie ambizioni e non lamentarmi dei miei cazzi.

No, vaffanculo, io mi lamento finché voglio!

With love, T.

I miei ultimi (pateticissimi) mesi – Le Prelude Pathétique

 

Partiamo da dove abbiamo finito il nostro (anzi, il MIO fottutissimo) viaggio: ero andato all’Ikea a scegliere, dopo qualcosa come quindici anni, una nuova sedia per la mia camera. Ne avevo scelta una fighissima. Nello stesso periodo mi ero intrippato con i Clash (chiamiamo Papa Francesco e chiediamogli di beatificare Joe Strummer, per favore). Sempre nello stesso periodo successe una cosa drammatica che sconvolse la mia vita: mi si ruppe il mio scassatissimo ma fido computer.

Non credo di averlo scritto nel mio ultimo post, ma ci rimasi veramente stronzo.

Nonostante ciò provai a pensarci il meno possibile e mi dissi: “vbb, me ne farò una ragione”. Bear poco dopo mi prestò il suo, immaginai che avrei potuto continuare a fare la cosa più importante per me in quel momento, scrivere, scrivere per scrivere, o scrivere per questo blog. Ebbene, il computer di Bear non aveva la scheda di rete installata. Questo, per farvela breve, per me che non posseggo una connessione wifi in casa, significava solo una cosa: niente internet.

Benissimo, cazzo!

Decido di tentare il tutto per tutto e provai a usare il mio primo computer, risalente al 2001, messo malissimo (in realtà non so neanche perché). Servendomi di quel macchinario riuscìì con una certa difficoltà a pubblicare l’ultimo post, prima di questo che state leggendo, ovviamente. “Riuscìì con una certa difficoltà” perché il processo di copia/incolla da Word fino al momento in cui sono effettivamente riuscito a vedere il post nella pagina durò qualcosa come un’ora. Inoltre, giusto la settimana successiva, Bear partì per l’Australia.

Ci rimasi nuovamente stronzo.

 

Il resto alle 21, puttanelle. xoxo

 

 

 

 

 

La mia nuova sedia e i miei nuovi Clash

Dalla scorsa scorsa settimana sono rimasto un po’ depresso: mi è defunto il mio computer storico, mi è venuta l’influenza e ho iniziato a pensare che la mia vita senza Amore Della Mia Vita (che io per sdrammatizzare chiamo Attuale Toyboy ma che, in ogni caso, attualmente non esiste) e che presto vedrà anche la dipartita della mia migliore amica/musa/modella ufficiale/donna-schermo ufficiale stupida Bear (che se ne andrà a Sydney per tre mesi, stronza Bear) è schifosamente triste. Devo dare atto che però non va tutto male: dopo quattordici anni durante i quali ho straconsumato la storica sedia della mia scrivania, che negli ultimi tempi era ormai ridotta all’ombra di sé stessa, cigolante e e strappatissima, un po’ tipo Lindsay Lohan quando si accorge che sono solo le quattro del pomeriggio, sono finalmente riuscito a ottenerne una nuova, di pelle finta, dell’Ikea. Mica pizza e fichi!

Mentre ero in quel paradiso di mobili e qualunque altro oggetto di cui la mente umana possa essere capace ho sperimentato almeno almeno due incontri ravvicinati del settantesimo tipo: prima una quarantenne con un paio di Dr. Martens ai piedi e una borsa tamarra di Guess che criticava qualunque cosa guardasse (la quale si colloca a pieno diritto nella serie “pizzettare all’Ikea”), poco dopo una famiglia africana di un numero di componenti non calcolabile con gli strumenti a nostra disposizione nel reparto delle cucine. Che fino a qua non ci sarebbe nulla di strano se una giovane componente di questa famigliola etnica non avesse avuto le sopracciglia spinzettate più sottili della storia del mondo, una faccia promiscua e uno zaino tarocco di Louis Vuitton. Il resto dell’abbigliamento era qualcosa in stile “jeans, jeans, jeans: I LOVE jeans!”. Sia chiaro, mi sono innamorato al primo sguardo: lei è una “ratchet” senza se e senza ma.

Il secondo avvenimento molesto della settimana è stato che, dato che per Natale ho ricevuto ben DUE copie di “BEYONCÉ” di Beyoncé, ne ho dovuta cambiare una: ho preso “Watch the Throne” di Jay e Kanye, che non possedevo ancora. Con dei soldi che mi avanzavano ancora dal cambio, mi sono fatto convincere a prendere, a scatola chiusa, “London Calling” dei Clash. Nonostante io abbia sempre studiato abbastanza ossessivamente il punk (e più in generale la cultura dei “rude boys” prima giamaicani e poi inglesi) non ho mai ascoltato molta musica di questo genere, a parte qualche eccezione. A ogni modo, è da una settimana che non ascolto altro che i Clash. E “ARTPOP” di Gaga. I Clash e Lady Gaga dovrebbero essere studiati a scuola. Altro che gli stilnovisti e le loro pippe sulle donne-angelo.

La mia playlist molesta di fine anno: parte II

Ieri vi ho elencato le posizioni dalla 10 alla 6 della mia playlist molesta di fine anno, oggi scriverò qui sotto le prime 5, quelle canzoni che mi hanno bagnare nel momento stesso in cui ho premuto play, o, nel caso della posizione numero 5 qui sotto, sclerare male quando le sentii casualmente per la prima volta.

5. Eminem, “Berzerk”

Non ho mai avuto una particolare passione per Slim Shady, riconosco che è un grande artista e bla bla bla, però (e sono cosciente delle mie mancanze) non mi sono mai impegnato realmente nell’ascolto integrale di un suo album. Nonostante ciò, dopo che le mie orecchie hanno udito il beat di “Berzerk”, l’unica cosa che ho pensato (e che probabilmente ho esclamato da solo, in camera mia) è stata: “MA CAZZO, QUESTA È TROPPO ‘99 Problems’!”. Mi sono girato verso la tele e appena ho visto accanto a Eminem il mio producer barbone preferito, Rick Rubin (che nel 2003 produsse il capolavoro di Jay Z), mi sono seriamente sentito un genio. Una di quelle canzoni da ascoltare in camera mentre salti, ti scateni e metti alla prova le tue abilità di air guitarist, facendo sempre occhio che tua madre non ti stia spiando dalla finestra.

4. Beyoncé, “Drunk in Love” (feat. Jay Z)

E fu così che quest’anno Mrs. Carter l’ha messa in quel posto a più o meno chiunque e ha tirato fuori quello che potrebbe essere tranquillamente considerato il migliore album dell’anno. “Drunk in Love” è, non a caso, quella che me lo fa più adorare: dieci anni dopo “Crazy in Love”, che oltre a essere una delle migliori canzoni di tutti i tempi è anche la mia sveglia, ritorna ufficialmente nel mondo dell’industria musicale la coppia Jay+Bee (dopo l’anteprima in “Part II (On the run)” in “Magna Carta… Holy Grail” di Lui). Il beat con influenze trap è da perderci la testa, e la canzone è piena di intuizioni geniali, dal vocalizzo arabeggiante che risuona per tutta la sua durata ai suoni nebulosi e un po’ “ubriachi” dei sintetizzatori.

3. Miley Cyrus, “We Can’t Stop”

Miley è passata dall’essere una finta brava ragazza (che a volte doveva affrontare la maledizione di vedersi uscire su internet video fatti a sgamo nei quali la si trovava a stuppare da bonghe come se non ci fosse un domani) al troione tossico da combattimento che ora tutti noi adoriamo (vero? Perché se qualcuno non è d’accordo può benissimo alzarsi e uscire). “We Can’t Stop” è la canzone che testimonia al meglio l’evoluzione del personaggio: un inno con influenze hip hop al party, alla droga e al twerk. La voce di Miley è così filtrata al punto di sembrare quasi Google Traduttore, ma il mezzo è stranamente efficace. Maledizione, se è efficace!

2. Lady Gaga, “Dope”

Questa non è una normale canzone di Gaga. Non c’è quasi niente di ciò che riconosciamo di Gaga. Qui c’è una Stefani Germanotta disperatissima che canta con la voce straziata delle sue dipendenze e di come queste abbiano ucciso la sua voglia di amare, sopra il pianoforte, suonato da lei stessa, ovviamente. In questo pezzo è tutto fondamentale, il testo, che è essenziale, la leggerissima base di sintetizzatori che inizia subito dopo il primo ritornello, l’esecuzione di Ms. Germanotta. E anche il fatto che Rick Rubin, produttore di questo pezzo (e collaboratore anche del primo della mia playlist) abbia fatto ancora centro. Lacrime a non finire.

1. Kanye West, “I Am A God”

Dopo “Dope” il bisogno di cambiare un po’ aria forse si sente. Si riesce, probabilmente, con quella che è la mia canzone preferita di quest’anno: Kanye esplode e ci sbatte in faccia tutta la sua divinità. Non riesco neanche a scrivere quello che provo ascoltando questo pezzo: divinazione, panico, inquietudine, pace assoluta. Ascoltatelo e basta, fate solo attenzione al volume le prime volte perché potrebbe seriamente spaventarvi.

Buon ascolto, bitches!

La mia playlist molesta di fine anno: parte I

Il periodo di down natalizio è quasi al termine ma da queste parti non puoi neanche sparare un “accipigna!” che è già Capodanno. Comincio a pensare che Madonna, la Vergine Mariah, Gloria Carter Santissima Madre di Jay Z, avrebbe dovuto scegliere un altro periodo dell’anno per concepire senza accorgersene! Appurato ciò, come Amy Winehouse nel 2011 dopo il rehab, quando aveva deciso di riprovare a partire con un tour che purtroppo sappiamo tutti come è andato a finire (se non lo sapete guardate su Wikipedia), ho deciso di approfittare di questi quattro giorni per piazzare qualcosa qui sopra, prima di riprendere a regime pienissimo dopo l’Epifania, che in realtà è un po’ un eufemismo per “ritorno maledetto a scuola”.

Come ho già scritto ci stiamo ufficialmente avviando alla fine dell’anno e io ho deciso che sarebbe stata cosa buona e giusta sfoderarvi la mia playlist delle mie canzoni preferite di questo 2013. Sarò sincero: a mio parere non è stato un brutto anno per la musica, e almeno siamo riusciti un po’ a riprenderci dopo il delirio “Gangnam Style”/”Harlem Shake”. Qui di seguito le seconde cinque delle mie dieci scelte (per non appesantirvi troppo, le altre domani).

10. Britney Spears, “Work Bitch”

Oh, scusatemi, mi dispiace tantissimo, sarò breve, ma questa trashata da gay club malfamato prodotta da Will.I.Am diventerà un cult, state sicuri. Avrà anche venduto due copie, ma se siete fra quei due che l’hanno ascoltata sicuramente non ne riuscite più a fare a meno. BITCHES.

9. Janelle Monáe, “Q.U.E.E.N.” (feat. Erykah Badu)

Occhei, forse il passaggio da Britney a Janelle è un tantino brusco, ma vi assicuro che da qualche parte un collegamento c’è, non l’ho ancora trovato, ma c’è. A ogni modo, “Q.U.E.E.N.” è il gioiello R&B di quest’anno. E scrivendo R&B non intendo un R&B generico, intendo che questa canzone è vero R&B da orgasmo, con le influenze psichedeliche che caratterizzano il lavoro di Ms. Monáe da “The ArchAndroid” del 2010. L’inno delle afroamericane incazzate di quest’anno.  E c’è anche Erykah Badu, per dire.

8. Lady Gaga, “Applause”

Potete dire quello che volete, ma il singolo apripista di “ARTPOP” di Stefani Germanotta è a pieno titolo una delle migliori canzoni di questo 2013. Probabilmente è la meno immediata della sua intera discografia, ed è proprio per questo che la scelta di questa come primo singolo è stata così geniale: il testo che si divide fra le tematiche dell’amore per il pubblico e quello per l’arte. Gaga può permettersi di citare Koons e cantare un ritornello che fa “Io vivo per l’applauso, io vivo per il modo in cui esultate e gridate per me”. La musica è sorprendente: un piccolo capolavoro di elettropop che più elettropop non si può, che sembra uscito da un videogame del 1988, con una base new wavessima a 150 bpm. Cosa volete di più?

7. Kanye West, “Blood on the Leaves”

Forse non sapevate ancora che Kanye è tipo il mio mito assoluto. “Blood on the leaves”, tratta da “Yeezus”, il suo ultimo capolavoro, che non fa altro che ricordarci quanto lui sia il più grande artista musicale vivente, è evidentemente l’highlight dell’album, quella canzone fatta perché tutti devono evidentemente pensare che è la migliore, ed effettivamente lo penso anch’io! Una preghiera sulla vacuità delle relazioni amorose e del matrimonio, con dentro un sample di “Strange Fruit” di Nina Simone. Ecco: Gaga può permettersi di far stare Jeff Koons in una canzone pop esattamente come Kanye può ficcare un sample di una canzone che parla del linciaggio degli afroamericani negli USA razzisti dei primi anni del XX secolo in una canzone rap elettronica. Ed entrambi risultano fottutamente credibili!

6. M.I.A., “Come walk with me”

M.I.A. è una di quelle artiste che oggi adori immensamente e domani vorresti prendere a sassate. Sembra sempre lì lì sul voler fare qualcosa di commerciale e palesemente pop, ma poi improvvisamente ritira la mano, ed ecco che arrivano (di nuovo) gli svarioni indiani a cui ci ha abituati da quasi dieci anni, tirati a lucido per l’album nuovo. C’è da dire che comunque, almeno in questo è una professionista, eh! “Come Walk With Me” musicalmente, è probabilmente il lavoro più ironico dell’ultimo suo album, “MATANGI”: inizia quasi come una ballata, con un testo su quanto le reti sociali con le quali interagiamo oggi siano deboli: Facebook, Twitter, Tumblr, stocazzo. Nel ritornello, sostenuto da un battimani ci invita a camminare con lei, a fare un reale sforzo fisico. Improvvisamente la produzione musicale degenera, la velocità raddoppia, e “Come walk with me” passa dalla marcia con il battimani, alla trance da rave party di Mumbai. Bellissima.

Domani mi ricollego e vi posto le altre cinque, sempre che vi interessi. Più che altro ho sempre sognato di fare una di queste playlist moleste di fine anno. Ho realizzato uno dei miei sogni.

Il mio mini-riassunto degli ultimi sette giorni

Prima di iniziare con l’articolo volevo un po’ scusarmi perché non mi sono cagato il blog per una settimana. Dato che però le mie scuse non interessano nessuno, direi di cominciare con una lista di cose che ho fatto negli ultimi sette giorni: ho ascoltato “BEYONCÉ” di Beyoncé, sono diventato un esperto di gigantismo insulare con Bear, la mia amica stupida, ho ritirato i miei nuovi occhiali, ho ascoltato di nuovo “BEYONCÉ” di Beyoncé, ho bevuto tanti cappuccini chimici del McDonald’s, ho riascoltato “BEYONCÉ” di Beyoncé, mi sono spremuto sui regali di Natale anche se non ne ho comprato nessuno, ho pulito le scale del mio condominio, e nel farlo ho cercato il più possibile di apparire come Naomi Campbell quando ha dovuto svolgere i servizi sociali per avere aggredito un suo assistente con un cellulare, ho fumato come un turco, o come un abitante casuale di Kingston, ho ascoltato per la trentesima volta “BEYONCÉ” di Beyoncé, ho scaricato vecchie marmitte dell’officina di mio padre, ho guardato quaranta minuti di un film horror giapponese per poi cadere addormentato e comunque fra una cosa e l’altra mi sono ascoltato “BEYONCÉ” di Beyoncé. Sì, diciamo che la mia settimana si è principalmente divisa fra Beyoncé e lavori forzati. Ah sì, poi sono anche andato a scuola, dove ho svolto migliaia di verifiche e interrogazioni come se non ci fosse un domani, però ora non venite a chiedermi che genere di interrogazioni fossero perché non me lo ricordo.

Oggi è venerdì, e credo di essere presente solo fisicamente, ma neanche tanto, ecco. Mi sento un po’ come Britney Spears durante la “Blackout” era, quando andava rasata e isterica a sfasciare le automobili dei paparazzi. Domani parto e vado tre giorni in montagna con due amici, poi probabilmente entrerò in una clinica di riabilitazione la cui terapia prevede panettoni gastronomici, struffoli e baccalà praticamente a tutte le ore del giorno: la mia famiglia a Natale.

 

Il mio tabagismo

Non ti accorgi di essere effettivamente diventato dipendente dal tabacco fino a quando non inizi a sentire il bisogno di girare almeno almeno cinque o sei sigarette al giorno a diciassette anni. La cosa peggiore da notare quando questo succede è che si è assolutamente coscienti che fumare fa male (almeno un po’, dai) e che quando lo si fa le sensazioni che si provano sono per un 70% positive, ma un consistente 30%, probabilmente la propria coscienza, dice “Gianluca di merda! Ma non vedi che rischi di morire ogni volta che aspiri? La tua gola va in fiamme peggio di Alicia Keys quando canta “Girl on Fire” e tu ooodi che la tua gola vada in fiamme! Sei un ragazzo delicato, insomma, perché lo fai?”.

Oggi ho iniziato a rollare sigarette più grosse di quelle che facevo prima, nel senso che ci metto più tabacco. Anche qui la mia coscienza non si è risparmiata nel giudicarmi e mi ha detto: “Gianluca di merda! Ma sei più povero di Paris Hilton quando si accorgerà che forse lavorare sarebbe stata una cosa utile e non avrà più un soldo per comprare la bamba! Una confezione di Chesterfield rosso ti costa 3,60 euri! Non è così poco come può sembrare! Maledizione, Gianluca di merda!”.

La mia avventura con il tabacco è iniziata quando ho pensato che magari poter imparare a fumare avrebbe arricchito le mie competenze, in modo da non fare figuracce (cose banali, vedi “tossire fino alla morte”) quando mi sarei trovato nella condizione in cui uno mi avrebbe offerto una sigaretta e io avrei voluto fare un po’ il pezzo d’uomo della situazione: purtroppo ho capito che il fumo alla fine mi piace e, a metà di quest’anno, più o meno, ho iniziato a comprare pacchetti di sigarette.

Mia Madre a giugno mi ha sgamato un pacchetto di Lucky Strike, in realtà uno dei primi che avevo comprato, quando non ero ANCORA tabagista (Mia Madre è più o meno onnisciente). Mi ha detto: “Beh: è meglio che fai questo, invece che ‘altro’! (evidenziando il termine ‘altro’)”. Santa Mamma Trunphio. Cioè, più o meno Santa. Diciamo che è più Beata. Con la ‘b’ minuscola, però. beata.

E comunque non è onnisciente perché di ‘altro’ non ne ha mai trovato. GET ‘EM HIGH.

Il mio albero di Natale rosa: we did it

L’ultima settimana è stata impegnativa per me: è iniziato il periodo delle verifiche come se non ci fosse un domani. In realtà sta finendo il trimestre (di giàààà?!) ma la gente che viene a scuola è sempre meno a causa di scioperi, blocchi stradali, forconi e altre cose così. Oggi in classe eravamo in dieci e io ovviamente sono stato interrogato, di economia. Per fortuna quando sono tornato a casa sapevo cosa fare per passare il tempo e riprendermi dal trauma dell’interrogazione (io odio le interrogazioni): dovevo montare il mio albero di Natale rosa.

Il risultato finale è un po’ scrauso, ma sono abbastanza sicuro che quando dominerò il mondo sarà solo grazie a questo albero. E a Bear, la mia amica stupida, che dominerà il mondo insieme a me.

Verso le 15 e un po’ ho cominciato a tirare fuori l’albero: un albero alto un metro e venti centimetri, che mentalmente non rende subito l’idea, ma che nella mia camera che è probabilmente stata ricavata da uno sgabuzzino è una misura enorme. Credo che proporzionalmente il mio albero di Natale rosa sia più grande di quello in piazza S. Pietro in Vaticano.

Ci ho appeso le palline blu che avevo strettamente richiesto e aggiunto qualcosa di argentato, come se prima non fosse già abbastanza tamarro, infine il puntale riciclato da quello oro/bronzo dell’anno scorso, rifilatomi da mamma con la scusa del “Sìììì ma sta bene lo stessooo!”, con gli occhi sgranati e l’espressione allucinata a testimoniare che stava spudoratamente mentendo. Quando ho terminato di addobbarlo, è entrata mia madre in camera. Il suo commento  è stato: “Beh, non è brutto ma è proprio un albero da femminuccia, se tu fossi nato Francesca sarebbe anche andato bene, ma con te no!”.

Qui serve una precisazione: se io fossi nato con la vagina mi sarei chiamato Francesca, mio fratello sarebbe stato Chiara. Quindi secondo mia madre il mio albero sarebbe proprio da femmina!

Io, consapevole che alla fine non ha neanche tutti i torti, ho dovuto cercare un modo per  tirarmi un po’ su e, dopo una sigaretta, ho messo su dal mio favoloso Huawei la playlist hip-hop. Kanye sa sempre come farmi evadere da tutto.

Immagine

Il mio blog di cucina

Sono le 14,44 di oggi e mia madre ha da poco lasciato la navicella per andare a lavoro (ascoltavo “Venus” di Gaga, quindi mi è venuto spontaneo chiamare la mia casa “navicella”). Lei fa la cassiera, mio padre è un meccanico, ripara auto. Ho un rapporto strano con la mia famiglia: i miei credono che io non li sopporti, perché litighiamo spesso, generalmente per cose evitabili, e perché io la penso diversamente da loro su molti aspetti, ma la verità è che i miei genitori sono le persone che io ammiro di più, nel modo in cui hanno affrontato la vita, intendo. E questa cosa non la dico a cazzo, ci sono arrivato dopo molti anni di riflessione: sono onesti, ma nel vero senso della parola, hanno sempre lavorato per lasciare qualcosa, non fanno cazzate, per quanto ne sappia non si sono mai traditi e non hanno un cattivo dialogo con noi (soprattutto mia madre, che mi chiede continuamente consigli sulla manicure).

Con me, dopo un lungo periodo di rapporti un po’ burrascosi, hanno un solo problema (almeno fino a quando non confesserò loro quello che ho scritto nel primo post): si fidano poco, questa cosa ha inciso sulla mia crescita, dato che mi sento inadeguato per fare qualunque cosa. Oggi mi hanno chiesto di cucinare (?) una torta salata: io ho preso il bloc notes del mio cellulare (un favoloso Huawei che è più diva di Rihanna per quanto non si impegni a fare niente, pagato 80 euri) e ho scritto tutti i passaggi:

1. stendere la pasta sfoglia;

2. lasciargli la carta forno sotto;

3. spargerci omogeneamente gli spinaci usando una forchetta;

4. metterci sopra la ricotta;

5. spolverare di parmigiano grattugiato;

6. infornare.

Dopodiché ho messo la sveglia alle 19,05 (dato che mia madre mi ha chiesto di fare tutto ciò alle 19.05!).

Avrei dovuto aprire un blog di cucina, maledizione!